Il faticoso apprendistato sulla via della libertà

L’uomo è la cosa più nuova che esista in natura. E’ la lezione di Gottfried Leibniz, di Max Scheler, di Giovanni Duns Scoto, “maestro che oggi dovremmo riscoprire”. Roberta De Monticelli nel libro “La novità di ognuno”, edito da Garzanti, ne fa il punto di partenza per un’avventura, frà storia del pensiero e analisi della quotidianità,
che porta a idee e parole inedite come “inizialità” – crisi di iniziativa e creatività – in cui la filosofa dell’Università
Vita-Salute San Raffaele di Milano condensa, in chiusura del volume, il senso della sua scoperta: “La persona non sarebbe una cosa nuova se non avesse il potere di dar inizio a qualcosa – di trasferire ad altro la sua volontà.
La cosa ultima, forse, “l’iniziatore”.


Sono passati quindici anni fra la stesura dei primi appunti e la stampa. La De Monticelli racconta la genesi di questo
suo ultimo lavoro collocandolo come secondo atto di una “trilogia della persona” in cui si riflette il’senso più profondo e innovativo della sua ricerca: è la libertà, qui, il centro di tutto, ciò che fa dell’uomo quello che è, l’esperienza “costitutiva” della vita e dell’identità personale e morale di ciascuno. Una libertà
che è si “questione metafisica”, ma insieme concretissima. La De Monticelli articola le pagine come la costruzione
di un castello, pietra su pietra, domanda dopo domanda: “Sono io che prendo le decisioni chiamate mie? Lo vorrei certamente: ma lo sono davvero o no? E cosa sono io? Ho veramente sul mondo e su me stesso un’efficacia, un potere causale o me lo immagino soltanto”.
E a furia di interrogarsi e di rispondersi, con l’autrice che incalza direttamente il lettore chiamandolo a riflettere su ciò
che sta dietro ogni scelta, dalla più pesante alla più banale, l’impressione, chiuso il libro, è di riemergere da una seduta di autocoscienza.
La filosofia abbandona l’astrattezza ed entra nella vita. Sentimenti, affetti, carne, sensi: quando l’autrice
parla dell’uomo è a questo che si riferisce, al “pacchetto completo” di ciò che siamo. L’esercizio del volere,
scrive la De Monticelli, ha un suo percorso di maturazione. Ed essere consapevoli che esiste un “apprendistato umano della libertà” un forte richiamo alla responsabilità
morale e insieme un antidoto contro ogni deriva autoritaria.
L’attualità non entra nel libro; ma sembra bussare in molte pagine. La vicenda di Eluana Englaro, a cui è stata
sospesa l’alimentazione dopo diciassette anni passati in stato vegetativo, per esempio:
“Assistere con orrore all’agonia forzosamente e indefinitivamente prolungata” – scrive la De Monticelli – “un’esperienza che speravamo di non dover più fare”.
E cita il sofisma di Isaiah Berlin: “Se io, rappresentante dell’autorità pubblica, costringo
te, individuo soggetto a questa autorià, a fare altro da quello che vorresti, è perchè io rappresento il tuo io più vero e la parte migliore di te, quella che sola sarebbe in grado di renderti padrone di te stesso, cioè libero: tu sei, in effetti, padrone di te stesso o libero solo in quanto sei soggetto a questa miglior volontà, che sola sa come l’uomo si realizza pienamente”. “Questo, non possiamo che convenirne con Berlin” – conclude la studiosa – “sarebbe un sofisma dagli effetti ben temibili”.


Libertà e “novità”, dunque. La sua teoria dell’identità personale fa perno, proprio sul concetto di libertà, da brandire in un immaginario tribunale come
prova del fatto che non ci esauriamo nè nella nostra identità biologica nè in quella biopsicologica o sociale, ma siamo ciò che ne facciamo di tutte queste identità:
“Siamo macchine per trasformare la contingenza in natura individuale o personalità: e mi sembra questo ciò che ci distingue dalle altre macchine viventi”.

di Daniela Monti, corriere del Sera 3 Maggio 2009

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